Il custode

scritto da Annabelle
Scritto 20 ore fa • Pubblicato 43 minuti fa • Revisionato 41 minuti fa
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Autore del testo Annabelle

Testo: Il custode
di Annabelle

La casa aveva solo un numero consumato sul portone, era il 66.
Di giorno sembrava addormentata,di notte respirava e i respiri venivano dalle pareti, dal velluto,al suo interno.
Il custode non ci abitava,ma la vegliava.
Ogni sera apriva la camera rossa e poi si ritirava al buio, con il mazzo di chiavi d’osso che non tintinnava più.
Lei arrivò in una notte senza luna,
non bussò,ma la stanza la riconobbe.
Il velluto rosso alle pareti si mosse appena, come pelle, il candelabro accese una sola fiamma stanca, che non faceva una sola ombra, ma due.
Lui era già lì, seduto al bordo del letto, schiena dritta, mani ferme sulle ginocchia,il volto a metà luce, a metà notte.
Lei si fermò al centro,il pavimento di parquet scricchiolò sotto piedi nudi.
Il suono salì, rimbalzò sugli specchi anneriti, tornò indietro cambiato,era il suono di un nome che non si diceva più.
Il custode da fuori, sentì un rumore,che non era della chiave ma del desiderio che trova la sua misura.
La stanza si fece più stretta,non per costrizione,ma per intensità.
L’aria si fece velluto anche lei, pesante e calda sulla pelle, ed ogni respiro di lei diventava suo, ogni suo battito diventava eco nel petto di lei.
Lei si avvicinò, non per toccarlo, ma per essere vista da vicino.
Le labbra erano una linea senza promesse, gli occhi, un luogo dove l’oscurità non annega, ma resta a guardare.
Lui alzò una mano,non la sfiorò, tracciò l’aria a un dito dal suo viso.
Lì dove la pelle si fa più sottile e il sangue parla più piano,il velluto alle pareti sembrò contrarsi, come se trattenesse il fiato con loro.
Non ci fu contatto,ci fu tensione.
Quella vera, il brivido che precede il crollo.
Un flauto invisibile suonò una nota sola, troppo bassa per essere sentita dalle orecchie,ma giusta per le ossa. Il letto gemeva senza peso,il candelabro inclinò la fiamma e per un istante i loro volti si sovrapposero nello specchio annerito.
Non erano più due,erano il prima e il dopo della stessa rovina.
Poi lei sorrise, un piccolo, crudele, compassionevole sorriso.
Si chinò, non su di lui, ma sulla propria ombra riflessa.
Le soffiò sopra e l’ombra tremò e si staccò dal pavimento, salendo come fumo lento.
Andò a posarsi sul suo petto, dove il cuore batteva troppo regolare per essere umano.
Lui chiuse gli occhi, per sentire meglio il peso di quell’ombra che non era sua, ma che lo riconosceva.
Quando riaprì gli occhi, la stanza era vuota.
Il velluto rosso era tornato immobile, il candelabro spento,sul letto, solo l’incavo del suo corpo e l’odore di pioggia su pietra calda.
Il custode rientrò all’alba,non guardò il letto,guardò lo specchio.
Rimase lì, immobile, come sempre.
La chiave d’osso, quella senza denti, gli pesava di più sul petto, ora c'era un’altra porta da vegliare, un’altra fame da non saziare.
Fuori, la casa al numero 66 tornò a sembrare addormentata.
Ma dentro, il velluto continuava a respirare, lento.
Come chi aspetta che qualcuno torni a sognarla.

Il custode testo di Annabelle
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